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23.03.2007

Quale missione, quale martirio?

Nelle epoche di transizione come la nostra le parole cambiano di significato senza che noi ce ne accorgiamo. Così avviene anche per termini dal senso apparentemente scontato come “missione”, “vangelo” e “martirio”. In occasione della Giornata dei missionari martiri indetta per il 24 marzo, giorno dell’assassinio di mons. Oscar Arnulfo Romero, si ricordano tutti i missionari che sono morti nel mondo a causa del Vangelo. Quelli uccisi nel 2006 sono ventiquattro, tra di essi gli italiani suor Leonella Sgorbati, don Andrea Santoro e mons. Bruno Baldacci.

Essere missionari significa “essere mandati” da qualcuno. In un certo senso vuol dire essere degli ambasciatori, dei portavoce. Meglio: dei profeti. Non c’è dubbio che, alla luce degli scritti evangelici, il missionario sia mandato da Dio stesso per annunciare la sua parola. “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”, dice Gesù (Marco, 16,15). E non è lo stesso Gesù ad essere stato “mandato”? E non è “mandato” all’umanità pure lo Spirito? Insomma: non c’è nulla di strano se il cristiano si sente un missionario proprio in quanto cristiano. Certo, non occorre che ogni singolo individuo parta per paesi lontani. Ma è impossibile concepire un cristianesimo privo della sua dimensione missionaria.

Missione, si è detto, vuole dire essenzialmente annunciare il “vangelo”. Ed ecco un possibile equivoco in cui molti cristiani sono caduti nei tempi passati (e forse qualcuno anche oggi). Essere missionari consiste forse nel fare adepti, nel “convertire gli infedeli” al cristianesimo, nel diffondere la Chiesa o, detto genericamente, nel “cristianizzare”? No, la “missione” è quella di comunicare il vangelo, cioè di essere testimoni della “buona notizia”. Tutto qui (ed è tantissimo). Il resto, potremmo dire, sarà semmai dato in aggiunta. D’altra parte questo atteggiamento è fondamentale nel momento in cui affermiamo che il dialogo tra le confessioni e le religioni è un valore da ricercare ed una strada da percorrere. Non si può da una parte auspicare il dialogo nel rispetto delle altre tradizioni e al tempo stesso voler “imporre” (con le buone, ovviamente) la propria fede.

Ho sentito in Africa un missionario dire queste parole: Io non sono venuto qui per portare Dio. Quando sono arrivato Dio c’era già, e persino il Vangelo. Dio non l’ho portato io”. In altri termini: oggi essere missionari non significa “portare” la “buona notizia”, ma andare insieme a cercarla. Seguirne i segni là dove essa è già presente, anche e soprattutto in contesti apparentemente lontani dal cristianesimo. Viviamo in un mondo che se da un lato sembra aver perso la bussola, d’altro canto nasconde in sé ovunque i frammenti della buona notizia. Briciole di cui è possibile nutrirsi.

Non è dunque quanto mai necessario per ogni cristiano essere missionario anche nel proprio ambito ordinario? Più delle parole oggi, conta la testimonianza. E “martirio” non significa proprio “testimonianza”? Martirio non vuole certo dire, come accade tragicamente altrove, togliere la vita agli altri nel nome di una fede vissuta in modo aberrante e violento. Al contrario: significa saper essere testimoni dell’Amore, fino al punto di dare la (propria) vita.

Paolo Valente

(Vita Trentina)

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