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24.12.2007

Natale autentico

Il primo Natale non fu celebrato nei templi, nelle sinagoghe e men che meno nelle chiese che a quel tempo – si parla di due millenni fa – nemmeno esistevano. Nessuna comunità religiosa, allora, si riunì attorno ad un qualche rito, nessun sacerdote accese candele o tenne omelie. Nessuna società umana interruppe il suo ritmo di lavoro quotidiano, a nessuno venne in mente di addobbare le strade, di appendere lumi, di preparare pranzi speciali. Nessuno perse neppure un istante per riunire la famiglia e per scambiarsi dei doni.

Era una notte silenziosa e buia. Come narra la tradizione, una giovane coppia si era spostata da una città della Galilea ad un piccolo centro nei pressi di Gerusalemme, per banali motivi burocratici. Si dice che Cesare Augusto avesse ordinato che si facesse un censimento e dunque tutti erano tenuti a farsi registrare, ciascuno nella sua città.

Non erano, i due, personaggi degni di nota. Lui un falegname, lei una ragazza come tante altre. Custodivano nel loro cuore, probabilmente con un certo imbarazzo, il segreto della prossima nascita di un figlio. Mille punti interrogativi, nessuna risposta umanamente comprensibile. Giuseppe e Maria, questi i loro nomi, erano certamente una coppia senza grosse disponibilità di denaro. Quando giunsero a Betlemme, la città della stirpe di lui, non trovarono nemmeno un posto nell’albergo. Furono messi alla porta, benché Maria fosse non solo incinta, ma prossima al parto. Quando cominciarono le doglie qualche anima pietosa indicò loro la via di una stalla. Così quando poco dopo venne al mondo, il bambino poté essere avvolto in fasce ed adagiato nella mangiatoia delle bestie.

Nessuno venne a preoccuparsi dell’accaduto. Solo alcuni pastori – personaggi ritenuti impuri dalla mentalità dell’epoca – si avvicinarono sorpresi alla stalla. Si dice che avessero sentito un messaggio del Cielo. L’angelo, si narra, aveva annunciato loro “una grande gioia, che sarà di tutto il popolo”. Il segno della realizzazione di questa promessa sarebbe stato, avrebbe detto il messaggero, “un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.

A noi uomini smaliziati del terzo millennio questa storia dovrebbe apparire piuttosto assurda. Niente più di una leggenda come ce ne sono tante. Invece da duemila anni ci ostiniamo a ricordare stupiti quel momento, quella nascita per molti versi insignificante, normale, banale nella sua cornice di miseria e debolezza.

Il nostro attaccamento – credenti e non credenti – al mistero del Natale ha sicuramente ragioni che storici, sociologi e psicologi saprebbero spiegare benissimo. D’altra parte non occorre essere cristiani praticanti per cogliere la portata rivoluzionaria di un messaggio che annuncia la pace da una posizione di totale disarmo e che esalta la povertà, piuttosto che la ricchezza ed il successo, la rinuncia ad ogni fasto e ad ogni violenza, piuttosto che una fede integralista tutta tesa ad affermarsi socialmente e a fare proseliti.

Maria, la ragazza che si era trovata coinvolta suo malgrado in quell’avventura, fu certamente l’interprete più autentica di quell’evento così lontano e così attuale. Aveva capito che se c’è un Dio che si fa uomo, egli non può essere il Dio di chi si crogiola nella sua sazietà, di chi non si fa troppi scrupoli nel sopraffare gli altri e di chi è schiavo della propria superbia. Il Dio di Maria, il Dio del Natale, è colui che “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati ed ha rimandato a mani vuote i ricchi”. Per questo il suo “segno” non è uno sfoggio di potenza, ma semplicemente (e sorprendentemente) “un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Buon Natale.

Paolo Valente

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