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Lettera per Adriana

30.5.2011 - Un ricordo di Adriana Del Prato: lo propone Valentina Soldo, del gruppo di sostegno torinese del GMM, in questa lettera indirizzata all'amica scomparsa sabato scorso.
Carissima Adriana,
chi come me ti ha sempre dato del Lei per una forma di stima e di rispetto estrema, oggi non si vergogna a darti del tu, perché paradossalmente ti sente più vicina. Come diceva Totò “La morte è una livella”, che porta tutti sullo stesso piano.
Ricordo la nostra prima chiacchierata: sono passati tanti anni da allora, ma non ho mai dimenticato le tue parole. Ho capito molte cose di te in quell’occasione: il tuo essere diretta, secca e a tratti quasi burbera era dovuto al tuo disincanto nei confronti della vita e di tutte quelle persone che ruotano attorno ai cosiddetti ambienti “per bene”. Non ti sono mai piaciuti quelli che si riempiono la bocca di belle parole o di facili promesse, che poi puntualmente non sanno mantenere. Eri schietta, sincera, acuta, ma soprattutto generosa, benché tu avessi una particolare sensibilità nel capire con chi potevi aprirti e con chi no. In apparenza sembrava che i dolori della vita ti avessero creato una specie di corazza dura da scalfire, ma chi ha avuto l’onore di varcare la soglia del tuo animo – e non solo quella della tua dimora – vi ha trovato di certo un luogo caldo ed accogliente.
La prima volta entrai in casa tua con un misto di timore e riverenza: mobili antichi, tappeti preziosi, arredi di prestigio; eppure tutto mi parve così freddo e distante da te, ma in particolar modo tu mi apparisti così sola in quella gabbia dorata. Mi bastò ascoltare dieci minuti dei tuoi racconti perché tutto si facesse chiaro ai miei occhi: quell’opulenza e quegli oggetti in sé non ti rappresentavano, ma il loro vero valore era puramente affettivo, cioè valevano quanto più erano collegati a quell’immenso patrimonio di ricordi e di storie che ad essi avevi associato. Era quella la tua maggiore ricchezza.
Tu che dalla vita avevi ricevuto soldi, prestigio, riconoscimenti ed un grande amore, mi confessasti che al termine della tua esistenza avresti voluto donare tutto all’Africa e poter finalmente riposare nell’unica terra che aveva saputo rapirti il cuore. Ebbene, oggi mi piace pensare che – nel tuo viaggio di ritorno alla casa del Padre – tu sia potuta passare prima dal Benin, per accarezzare con lo sguardo chi ti ha amata anche senza conoscerti.
Nei tuoi 33 viaggi in Africa col Gruppo Missionario Merano hai imparato ben presto quanto fosse più sottile lì il confine tra la vita e la morte: ad un bambino basta contrarre un banalissimo virus per tornare al Creatore, perché non tutti possono permettersi di essere curati; è sufficiente non avere una mamma in grado di fare chilometri sotto il sole per andare a prendere un catino d’acqua potabile, per essere condannati a morir di sete; basta non possedere i soldi per pagare una cauzione, per marcire in un carcere sovraffollato fino alla fine dei propri giorni. Forse è proprio in posti come quelli che hai visitato tu, che appaiono più evidenti i segni della lotta per la vita: negli occhi grandi dei bambini che hanno ancora tante cose da vedere, nei loro piedini scalzi che hanno ancora tante corse da fare e nelle loro piccole mani bianche che hanno ancora tanti sogni da realizzare; perché in quella terra la realizzazione dei sogni non passa attraverso la testa, ma tramite il sudore della fronte e l’operosità delle mani.
Per questo motivo, proprio in virtù di quanto ho imparato da te, ho deciso di non portare fiori sulla tua tomba e di fare l’unica cosa che ti avrebbe strappato di certo un sorriso: adottare a distanza – tramite il Gruppo Missionario Merano – uno di quei bimbi, regalandogli una nonna speciale di nome Adriana, dai capelli bianchi e dal sorriso gentile, che dal cielo veglierà sicuramente su ogni suo passo. Solo così potrò dimostrare a me stessa che la vita vince sempre sulla morte, che anche il dolore più grande prima o poi cede il posto alla gioia, e che il tuo messaggio di speranza non morirà mai.
Grazie di cuore, Adriana, per la quantità immensa di bene che hai fatto e che hai insegnato a fare a quanti – come me – hanno avuto la fortuna d’incontrarti lungo il loro cammino. Se da cristiani crediamo davvero che la morte non sia altro che una delle fasi della vita, non posso che esser felice che questo non sia un addio, ma solo un arrivederci…
Valentina Soldo

Nella foto: Adriana Del Prato con don Roberto Populin, parroco di Santa Croce a Torino.
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