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Il colore delle mani

10.1.2012 - Quando il Gruppo Missionario Merano mi ha proposto di andare in Benin dal 7 al 20 Novembre scorso, in occasione del primo viaggio di Benedetto XVI in quella nazione, sono stata assalita da mille dubbi.
Forse in fondo al cuore sapevo già che un’esperienza del genere mi avrebbe segnato in profondità, cambiando irreversibilmente il mio modo di vedere il mondo.
Alla partenza ero convinta che in Africa avrei visto tanti “poveretti”: in realtà ho incontrato tanta gente povera, ma così ricca di valori, dignità e gioia di vivere, da far sentire spesso me in difetto.
Il Benin è una terra dalle mille contraddizioni: in mezzo alle capanne ancora costruite con mattoni di fango essiccato ed il tetto di paglia non è raro scorgere enormi ripetitori delle compagnie telefoniche; spesso i ragazzini girano per strada scalzi e con abiti di recupero, ma ciascuno ha in tasca un cellulare; capita sovente di vedere paesaggi naturali mozzafiato, di una bellezza incontaminata, deturpati dai sacchetti neri dell’immondizia sparsa ovunque.
La maggior parte della popolazione (bambini compresi!) lavora, dal mattino alla sera: ho visto bimbi che camminavano a malapena, i quali sapevano già spazzare il terreno davanti alla loro capanna; bambine di sette – otto anni che circolavano coi fratellini lattanti legati dietro alla schiena, come sono abituate a fare tutte le mamme africane; ragazzine adolescenti che stazionavano ore ed ore lungo l’asfalto infuocato per cercare di vendere ai passanti frutta, arachidi e tutto ciò che producevano; uomini ad ogni angolo della strada con il loro carretto di benzina di contrabbando; donne che spaccavano a mano le pietre sotto il sole cocente per creare la ghiaia da mettere sul vialetto della villa di chissà quale governante. E’ pieno di gente che ha una gran voglia di lavorare, ma che spesso dà la sensazione di non possedere né lo spirito d’iniziativa necessario, né gli strumenti adatti per far fruttare il proprio talento.
I cristiani cattolici in quelle terre sono una minoranza, per cui capita spesso di poter osservare in giro gli altari animisti, dove un tempo venivano praticati sacrifici animali, i banchetti di feticci per i riti voodoo, in mezzo alla moltitudine di moschee musulmane; ma la convivenza tra le religioni lì è per lo più pacifica. Nei tre giorni di visita del Papa tutto il mondo si è radunato a Cotonou: dai ministri sopraggiunti a bordo delle loro mastodontiche limousine nere coi vetri oscurati, alle folle intere che si sono messe in cammino per giorni e per notti dai loro villaggi, anche solo per assistere al passaggio del Santo Padre con la sua Papa-Mobile. Come i pastori di Betlemme nella notte in cui nacque Gesù.
Ovunque canti, sventolio di bandiere, colori e battiti di mani: la festa preparata da quella parte di Africa che aveva le mani vuote, ma il cuore colmo di gioia. E un simile entusiasmo non può che essere contagioso. Ciascuno di noi in quei giorni ha sentito di avere non uno, ma migliaia di fratelli; e non importava il colore della pelle, la religione, la lingua, lo status economico, o la provenienza: quando ci si riunisce per Qualcuno e per Qualcosa di più grande bastano uno sguardo, un sorriso ed una stretta di mano per intendersi.
Ed è stato in una di queste occasioni che ho capito che Dio è davvero l’Essere più democratico e più intelligente che esista: durante una celebrazione nella Chiesa di Santa Rita a Cotonou, la piccola Marie Germaine, una bimba dell’orfanotrofio di Abomey (finanziato anni fa dal Gruppo Missionario di Merano), con la pelle color ebano e gli occhi dolci come un cerbiattino, mi si siede in braccio. Posa la sua mano sulla mia e, per la prima volta, noto che il palmo della mano delle persone di colore è praticamente bianco come il nostro, come a dire che la mano di chi chiede aiuto è simile a quella di chi lo dona. Davvero il Signore ci ha voluti tutti uguali, perché nessuno si sentisse migliore di un altro.
Tanto bene ha già compiuto il Gruppo Missionario di Merano in Benin, ma molto ancora ne potrà fare, grazie al piccolo o grande contributo di ciascuno di noi, perché ho visto coi miei occhi che l’Africa continua a chiedere, ma sta a noi cominciare a rispondere in maniera oculata: non è più sufficiente, infatti, raccogliere denaro per le varie opere, occorre investire sulla formazione, sull’educazione e sullo sviluppo locale, in modo da rendere autosufficienti gli abitanti del posto (senza snaturarli), e da non fare del nostro umile gesto di carità fraterna un atto di presunzione, o – peggio ancora – di subordinazione.
Come dice la scritta all’ingresso del Centro di salute Selomè di Bohicon “Ogni essere umano riposa nella mano di Dio come se fosse il suo unico pensiero”. Non c’è Fede più viva, Speranza più profonda o Carità più vera di questa. E una gioia tanto grande non può che essere condivisa con quanti incontriamo lungo il cammino, augurando a tutti – anche per questo nuovo anno – di tornare a godere delle cose semplici della vita e di quei piccoli doni quotidiani che ci fanno sentire davvero i più fortunati del mondo.
Valentina Soldo
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