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01.03.2010

Diario di viaggio 9: padre Jacques

Padre Jacques Jullia è uno dei primi missionari conosciuti da Alpidio Balbo, a metà degli anni Settanta, in Benin. Oggi vive a Kandi, nel nord est del Paese, diocesi di cui per 14 anni, fino all'anno scorso, è stato vicario.
Bisogna attraversare buona parte di Kandi, città che mostra i segni di un'islamizzazione diffusa, per raggiungere il Centro di accoglienza e di formazione in cui padre Jacques, già settantaquattrenne, prosegue la sua opera. Arrivato in Benin nel 1966, il sacerdote, originario di Satillion nell'Ardèche, dipartimento della regione francese Rhône-Alpes, non si è costruito molte comodità. Guardando per la prima volta la stanza in cui dorme o la cucina della sua abitazione, si capisce che è un uomo che bada all'essenziale. Arriviamo da lui, a sorpresa, verso mezzogiorno del 26 febbraio, venerdì di Quaresima e giorno di digiuno. Padre Jacques non sta proprio pensando al pranzo, ma Alpidio Balbo si è portato dietro tutto l'occorrente per onorare un'antica abitudine: preparare una pastasciutta per il suo amico francese.
Padre Jacques ricorda benissimo il suo arrivo in Benin (allora Dahomey), nel mese di agosto del 1966, dopo un viaggio per mare. Era stato inviato in Africa dalla Società delle missioni africane, la stessa che 150 anni fa mandò su queste stesse coste i missionari, tra cui il torinese padre Francesco Borghero, che diedero inizio all'evangelizzazione del Benin.
Lasciato l'incarico di vicario del vescovo di Kandi, il sacerdote francese si occupa in particolare della formazione permanente dei laici, soprattutto i catechisti, tenendo lezioni presso il Centro diocesano o presso le parrocchie.
Nel Centro vengono anche accolte alcune ragazze (attualmente sono otto) vittime di persecuzioni da parte di società segrete legate alle religioni animiste tradizionali. Si tratta di giovani convertite al cattolicesimo che, per questa ragione, sono state prese di mira e, in qualche caso, rischiano anche la vita.
“Non è solo una questione religiosa, ma anche economica”, spiega padre Jacques, profondo conoscitore delle culture locali ed uno dei primi missionari ad imparare la lingua bariba. Le famiglie delle giovani che vengono sottoposte ai riti di iniziazione, infatti, devono poi pagare per liberarle. Se si convertono al cattolicesimo o all'Islam, è evidente che viene meno una fonte di entrate per i sacerdoti dei culti animisti. “È un problema che tocca anche i musulmani – aggiunge padre Jullia – bisognerebbe affrontarlo insieme”.
Il punto è che nella diocesi con una delle più alte concentrazioni di fedeli islamici del Benin, non è detto che i rapporti fra le due confessioni restino tali da consentire simili collaborazioni. Padre Jacques non nasconde i propri timori: “La convivenza fra cristiani e musulmani finora è stata buona, ma temo che i professori che oggi insegnano nelle scuole coraniche della nostra regione siano stati formati in Paesi in cui hanno assorbito un clima di odio per i non musulmani”.
Se l'Islam è molto diffuso, la comunità cattolica sta ugualmente conoscendo un momento felice di sviluppo. “Nelle città i musulmani sono sicuramente più numerosi dei cristiani, ma nei villaggi la situazione è differente”, osserva padre Jacques, che elenca tre motivi che favoriscono la conversione: “La gente dice che nella chiesa trova una preghiera, nella propria lingua, che parla al cuore. Poi, mentre nella religione tradizionale, dopo la morte, tutt'al più puoi trovare gli antenati, hanno scoperto che, se sei cristiano, dopo la morte puoi vedere Dio. Il terzo motivo, forse più importante, è che nella chiesa trovano l'amore che non chiede di che religione o di che etnia sei”.
L'influenza della chiesa cattolica, ma anche quella personale del missionario francese, è testimoniata da un episodio di cui lo stesso padre Jullia è stato protagonista due giorni prima con il vicario del vescovo. Da qualche tempo è scoppiata una vera e propria guerra fra due villaggi vicino Kandi che si contendono la proprietà di alcuni terreni che il governo intende affittare per destinarli a coltivazioni finalizzate alla produzione di biocarburante. Ci sono già stati tre morti. Padre Jacques ed il vicario sono riusciti a fermare gli abitanti di uno dei due villaggi che stavano partendo in assetto da combattimento per attaccare i contendenti.
Jacques Jullia è una di quelle persone che non si smetterebbe mai di ascoltare: è una preziosa fonte di informazioni sulla storia antica e recente del Benin, sulle tradizioni dei gruppi etnici che lo abitano e sulla situazione economica, non felice, del Paese.
Parla anche della sua vocazione: “Quando sono stanco, mi dico: il Signore mi ha chiamato qui e qui bisogna continuare fino alla fine. L'ultima testimonianza che si può dare è morire in questo Paese e restare qui”.
Giuseppe Marzano

Nelle foto: padre Jacques Jullia (sopra) e, in basso, le ragazze che vivono nel Centro di accoglienza di Kandi e il missionario francese con Alpidio Balbo.
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