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28.02.2010

Diario di viaggio 7: bambini

Lasciata Fo-Bouré, raggiungiamo N'Dali, da dove, insieme al vescovo, mons. Martin Adjou, andiamo a Wenou, paese a pochi chilometri di distanza, lungo la nuova strada per Djogou, incredibilmente senza buche, in cui ha sede un centro di accoglienza grazie al quale molti bambini orfani e abbandonati, ma anche con famiglia, possono studiare.
Sono una costante del viaggio: nei centri che visitiamo, nei villaggi e nei paesi lungo le strade o le piste che percorriamo, i bambini sono dappertutto. Da un punto di vista statistico non è una sorpresa. Il 50 per cento della popolazione del Benin è sotto i 14 anni. A fare gli ottimisti, si potrebbe dire che il Benin è un Paese giovane, se non fosse che ad abbassare la media dell'età non sono le tante nascite (le solite statistiche dicono che le donne del Benin mettono al mondo in media 5,9 figli ciascuna), quanto la precarietà dell'esistenza, evidenziata da un'aspettativa di vita che non supera i 53 anni.
Un dato che impressiona, ma non stupisce dopo la visita ai villaggi peul e bariba nella zona di Tchatchou, in cui ci hanno accompagnato, durante la permanenza a Parakou, Bachirou e Chaddad. Le condizioni di vita sono difficilissime, appena migliorate dai numerosi pozzi scavati nella brousse, in parte anche dal GMM. Qualche abitante può viaggiare in motocicletta o girare col cellulare in mano (le strade asfaltate non arrivano fin qui, ma il segnale telefonico sì), ma tutto il resto è fermo a qualche secolo fa.
I bambini, però, sono uguali dappertutto: alcuni più timidi, altri più spavaldi, sono i primi ad avvicinarsi ai nuovi arrivati. È lo stesso in un villaggio bariba, sorto intorno ad un pozzo e non lontano dal grande villaggio di Babarou. Mentre veniamo accompagnati dal capo, i bambini ci si affollano intorno, incuriositi soprattutto dalla macchina fotografica. Scatto qualche foto e poi mostro loro il display della digitale su cui compaiono i loro volti: basta questo per scatenare il loro entusiasmo e la richiesta, ovviamente a gesti, di altri scatti.
A Tchatchou veniamo in contatto con una delle realtà più dure del Benin, l'abbandono dei bambini, pratica dovuta, spesso, alla superstizione. Nel Centro nutrizionale ai margini del paese, le suore, “Petites servantes des pauvres” come a Fo-Bouré, ne accolgono 35, dai 0 ai 3 anni. I più piccoli, arrivati da poco, appaiono tutti sottopeso e denutriti, ma la dedizione delle suore e delle assistenti fa miracoli, come dimostra Abraham, ormai vicino ai tre anni, che ci accoglie, correndoci incontro, impolverato da capo a piedi, per salutarci stringendoci la mano e guidandoci, letteralmente tirandoci per la mano, nella visita. Con le sue poche spanne di altezza, è chiaramente il “boss” del centro e non rinuncia al suo ruolo, salvo obbedire in tutta fretta, quando una suora lo spedisce a fare una doccia.
A Wenou c'è la dimostrazione di come una piccola vita abbandonata, se accompagnata in un percorso educativo, possa crescere e svilupparsi, fiorendo in tutte le sue possibilità. Il Centre Sainte Marie è nato dieci anni fa, per iniziativa di mons. Martin Adjou, poco dopo il suo insediamento come vescovo della diocesi di N'Dali. I bambini di Wenou, da alcuni anni, sono stati “adottati” da Borgagne, un paese del Salento che ogni anno, a primavera, durante la manifestazione “Borgo in festa”, raccoglie fondi per il mantenimento del centro.
I bambini – attualmente ce ne sono 105, seguiti dalle Suore Francescane di Padre Pio – hanno un rapporto speciale con il loro vescovo vestito di bianco. Si capisce da come accolgono lui e Alpidio Balbo, correndo al cancello di ingresso e scortandoli, in un'improvvisata processione festosa, per un centinaio di metri fino alla statua della Madonna che sorge al centro del complesso. È il momento della preghiera e tutti fanno silenzio, senza bisogno di chiederlo. A guidare la recita del Padre nostro, dell'Ave Maria e del Gloria, è, sorprendentemente, una bambina di sette anni che prende l'iniziativa, battendo sul tempo il vescovo.
“L'abbandono dei bambini è una pratica comune in molti villaggi – spiega mons. Adjou – se un bambino nasce con qualche deformazione o se la madre muore mettendolo al mondo, si ritiene che porti sfortuna a tutta la comunità”. Sono i catechisti, che girano nei villaggi, a raccogliere notizie di questi casi, poi il vescovo invia le suore a negoziare per ottenere, a volte pagando, l'affidamento dei piccoli altrimenti destinati a morte certa.
Nel centro, però, vengono accolti non solo bambini abbandonati o orfani, ma anche bambini che vi vengono inviati per studiare dalle famiglie e questo, conclude mons. Adjou, per non fare del Centre Sainte Marie un “ghetto” per soli bambini con problemi.
Giuseppe Marzano

Nelle foto: in alto, in piccolo Abraham; sotto, i bambini del villaggio bariba incuriositi dalla macchina fotografica e Fabrizio Arigossi con i bambini di Wenou
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