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10.03.2007

Africa: 50 anni di indipendenza

Esattamente 50 anni fa Kwame Nkrumah, primo ministro del Ghana, annunciava al mondo intero che l’indipendenza dell’Africa era iniziata. Non festeggiano solo i ghanesi: è una data importante per tutta l’Africa.

In questi tempi in cui si è travolti dalla cronaca c’è una ricorrenza che rischia di passare in sordina, malgrado l’importanza dell’evento a cui essa si riferisce. Dicono che quanto accade molto lontano non “fa notizia”. Eppure questi fatti non solo furono determinanti a suo tempo, non solo segnarono la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, ma le loro conseguenze perdurano tuttora, ci riguardano e sono spesso drammatiche. Ai primi di marzo del 1957, dunque esattamente mezzo secolo fa, la Costa d’Oro, fino ad allora colonia britannica, ottenne la sua indipendenza e assunse il nome di Ghana, ricollegando così la propria prospettiva ideale alla memoria di un antico regno dell’Africa occidentale. Già il Sudan, l’anno prima, si era reso indipendente. Tuttavia fu il presidente ghanese Francis Kwame Nkrumah ad esprimere più di altri la consapevolezza che il passo compiuto dal suo paese avrebbe significato il portare a compimento per tutto il continente un processo cominciato subito dopo la guerra. Sull’esempio del Ghana, la maggior parte dei paesi a sud del deserto avrebbero infatti abbandonato il loro status di colonie intorno al 1960.

Vale la pena ricordare che l’Africa era stata per secoli, soprattutto dopo l’epoca dei grandi viaggi, un serbatoio di materie prime per l’Europa ed il Nuovo Mondo (ma anche per i paesi arabi). La più nota di queste “materie prime” furono i milioni di esseri umani che, catturati nell’Africa subsahariana, furono stipati nelle navi, condotti nelle Americhe come schiavi e messi a lavorare nelle piantagioni. Tutto ciò non poteva non avere delle conseguenze durature sul cosiddetto “sviluppo” del continente. Quelle economie molto sui generis si evolvettero in funzione di interessi esterni e molte delle migliori “risorse umane” furono strappate a villaggi e città. Soprattutto si instaurò una relazione perversa e stracolma di pregiudizi tra l’Occidente atlantico ed i popoli africani.

Nel corso dell’Ottocento, sia per motivi economici che grazie a forti movimenti d’opinione, furono abolite dapprima la tratta e poi la schiavitù (in Brasile solo nel 1888). Fu allora che l’Africa venne divisa a tavolino come una torta tra le potenze europee, in particolare Inghilterra e Francia, ma anche Portogallo, Belgio, Germania ed Italia. Adesso, mentre si sosteneva di voler portare laggiù la “civiltà”, si sfruttavano questi paesi direttamente in loco. Lo consentì anche il progredire delle esplorazioni interne.

L’epoca coloniale durò appunto fino ai primi decenni del secondo dopoguerra. Proprio in Ghana ho conosciuto un vecchio missionario che si trovava già lì ai tempi della lotta per l’indipendenza. Lui dava una lettura particolarmente smaliziata di quel momento storico: “Ad un certo punto – mi disse – intorno alla fine degli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta, le potenze coloniali europee hanno capito tutte insieme che avrebbero potuto ottenere ciò che volevano anche senza dover avere la responsabilità dell’amministrazione diretta. Così hanno concesso l’indipendenza”.

Quegli eventi, a suo tempo, furono seguiti con molto interesse anche in Europa e in America. Non ci fu, in quegli stessi anni, la rivolta pacifica dei neri d’America contro la legislazione razzista?

Tuttavia, nell’idea dei promotori del movimento, non si trattava di piccole rivendicazioni particolaristiche ed etnocentriche. Il presidente Kwame Nkrumah non si stancò di ripetere che “l’indipendenza del Ghana non significa niente se non è legata alla liberazione totale di tutto il continente”.

E’ proprio la liberazione autentica del continente ciò che ancora oggi resta incompiuto. Decine di guerre, in questi cinquant’anni, sono state fomentate da coloro che hanno interesse a che l’Africa non prenda in mano i propri destini e resti divisa. Ciò avviene in particolare là dove ci sono le materie prime come il petrolio, il rame o i diamanti.

Per decenni l’Europa ha voltato gli occhi da un’altra parte, per non vedere la fame, la sete, le conseguenze delle epidemie, le guerre. Oggi ciò non è più possibile. Il mondo è diventato più piccolo. L’Africa bussa direttamente alle porte dell’Europa. E proprio l’Africa, apparentemente così distante, potrà essere anche per noi il banco di prova per le nuove sfide: da quella demografica, a quella alimentare a quella climatica.

Paolo Valente

 

 

 

 

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