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18.02.2007

19 febbraio. La giornata della lentezza

“Fermate il mondo! Voglio scendere”. Lo diceva, prima che la frase fosse ripresa da altri, lo stressato protagonista di uno spot pubblicitario di quelli di carosello. Sono passati decenni ed oggi, più che mai, l’umanità (quella che sta al timone del mondo) sembra aver perso il controllo di acceleratore e freni. La velocità alla quale girano le cose arriva al punto che nessuno sa più esattamente che cosa fare per rendere reversibili i processi che – la coscienza collettiva ne è sempre più persuasa – sono destinati a portare il pianeta non già a fermarsi, ma piuttosto a schiantarsi su qualche muro cosmico.

La decelerazione è talmente urgente che ora qualcuno ha indetto – per il 19 febbraio – niente meno che la “Giornata della lentezza”.

La giornata è dedicata a quanti hanno la prepotente sensazione che il mondo giri troppo in fretta per rimanervi in equilibrio; un equilibrio che diventa sempre più precario per chi vive e lavora nelle nostre città, assecondando tempi tiranni con sforzi disumani”, dice Bruno Contigiani, presidente dell’associazione “L’Arte del Vivere con Lentezza”. E aggiunge: “Non è necessario fermare il mondo e cercare di scendere: rallentare e riappropriarci del nostro tempo è possibile partendo da gesti anche piccolissimi del quotidiano, cosa che proponiamo di iniziare a fare dal prossimo 19 febbraio alle persone che riconoscono nell’affanno la regola delle proprie giornate”.

Nasce dunque l’era della “slow life”. Un concetto, per la verità, pienamente acquisito in quelle parti del mondo in cui le ore e i minuti hanno ancora una misura umana. Pochi anni fa un vecchio vescovo africano ci aveva messo in guardia dall’essere “schiavi dell’orologio”. Eravamo a casa sua, tra il tropico e l’equatore. Il mondo lì girava lento e lui mi diceva: “Il rispetto degli orari è importante ma…” E faceva una pausa guardandoci negli occhi, “...bisogna sapersi prendere il tempo. Lo stress, questo non è buono. E’ quello che non mi piace in Europa”. E continuava, con la sua invidiabile calma: “Bisogna prendersi il tempo per vivere. Per comunicare. Quando vai a trovare un amico, tu sai che puoi parlare perché lui si prende il tempo per ascoltare. Lo so, questo è difficile per un europeo”, soggiungeva ridacchiando. “Bisogna prendersi il tempo per ascoltare l’altro, perché quello che hai davanti a te è un messaggero del Signore… Allora deve avere il tempo per ascoltare e per parlare...” C’è un detto africano, bonariamente caustico, che dice: i bianchi hanno sempre l’orologio, però non hanno mai il tempo.

Ha scritto Christoph Baker nel suo “decalogo mediterraneo per una vita più conviviale” (Ozio, lentezza e nostalgia, Emi Bologna): “Abbiamo un bisogno urgente di rallentare. Di riprendere fiato, di sbarazzarci dell’angoscia di non arrivare a fare tutto quel che si deve fare nelle ventiquattro ore che fanno una giornata. Nella ricerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità. Quello va bene per i programmi software e i gran premi di Formula Uno. Noi piccoli uomini, lasciamoci attrarre dal richiamo della lentezza. Cominciamo a praticare la sosta, le pause lunghe, il passo pigro”.

Ma non è certo questione di pigrizia nel senso del non aver voglia di fare. Il recupero della lentezza ha a che fare con il rapporto che si ha col tempo, con gli altri e, in definitiva, con la vita. Un aspetto della realtà contemporanea che può avere risvolti drammatici e che è di una profondità capace di esiti tragici. Ecco che cosa scriveva Alex Langer l’anno prima di scendere disperato da un mondo in corsa. “Voi sapete il motto che il barone De Coubertain ha riattivato per le moderne Olimpiadi, prendendolo dall’antichità: il motto del citius, più veloce, altius, più alto, fortius, più forte, più possente. Citius altius e fortius era un motto giocoso di per sé, era un motto appunto per le Olimpiadi che erano certo competitive, ma erano in qualche modo un gioco. Oggi queste tre parole potrebbero essere assunte bene come quintessenza della nostra civiltà e della competizione della nostra civiltà: sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti. Questo è un po’ il messaggio cardine che oggi ci viene dato. Io vi propongo il contrario, io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini, più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo”.

Paolo Valente

 

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