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11.9.2006

11 settembre, cinque anni dopo

Si compiono in questi giorni cinque anni da uno degli eventi più spettacolarmente tragici (per il fatto in sé e per le sue conseguenze) della nostra storia recente: l’attacco alle Torri Gemelle di New York ed il loro crollo, l’11 settembre del 2001. Il mondo da allora, almeno nella percezione collettiva, non è più lo stesso.

Terrorismo a parte, da quel momento è stato un susseguirsi di guerre e conflitti direttamente o indirettamente legati a quell’evento: la campagna contro i talebani in Afghanistan, l’attacco all’Iraq di Saddam Hussein con la deposizione del dittatore, le attuali tensioni nel Sud del Libano, le aperte minacce rivolte dal cosiddetto Occidente all’Iran e dell’Iran al cosiddetto Occidente. Ad un’occhiata forse nemmeno troppo superficiale verrebbe da dire che tutto ciò che è stato messo in campo per reagire alla minaccia del terrorismo non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Chi ha fatto i conti, come l’agenzia internazionale Misna, afferma che “il numero degli attentati nel mondo, dopo l’inizio della cosiddetta guerra al terrorismo, è aumentato del 400 per cento; al Qaida è passata da 20.000 a 50.000 uomini; in Iraq, dai 200 attacchi settimanali si è giunti ad oltre 600; la Corea del Nord ha quadruplicato il suo arsenale nucleare; l’America è meno sicura che in passato...”

Ognuno è libero (meglio: sarebbe libero se fossimo davvero in grado di sapere tutta la verità su ciò che è accaduto e su ciò che accade) di trarre le sue conclusioni.

Al di là dei morti, che si piangono dall’una e dall’altra parte (ma soprattutto dall’“altra”), uno degli effetti più nefasti di questo quinquennale conflitto (che però ha tutta l’aria di essere stato preparato da tempo) è l’uso ideologico della cultura e della religione. Si è detto e si continua a dire, più o meno esplicitamente, che siamo in presenza di uno scontro tra civiltà, di una guerra tra religioni, laddove nell’uno e nell’altro caso è evidente che la nostra civiltà è la più avanzata e la nostra religione la più “civile”. In realtà tutto ciò rappresenta soprattutto una sfida per, diciamo così, gli uomini e le donne di buona volontà. La sfida consiste nell’avere il coraggio, in un mondo che si vuole dividere tra buoni (noi) e cattivi (loro), di mettere in comunicazione le culture e le religioni, di approfondire la conoscenza reciproca, di cercare i valori comuni. Di togliere motivazioni e terreno a chi vede nella guerra, nel conflitto permanente e nell’odio l’unica via percorribile.

“Nessuno scontro è un destino inevitabile, nessuna guerra è mai naturale. La pace è irrinunciabile, anche quando appare difficile o disperato perseguirla”: lo hanno detto e sottoscritto l’altro giorno ad Assisi i partecipanti all’Incontro interreligioso di preghiera per la pace organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio nel ventesimo anniversario del primo convocato da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986.

All’evento hanno preso parte esponenti delle principali religioni del mondo: musulmani, ebrei, buddisti, cristiani delle diverse confessioni. “In questi giorni – scrivono – ci siamo chinati sulle nostre diverse tradizioni religiose che, in modo differente, testimoniano un messaggio di pace dalle radici antiche. Abbiamo intrecciato il nostro dialogo con uomini e donne di cultura laica e umanista. Abbiamo vissuto una scuola di dialogo”. E ancora: “Non ci rassegniamo alla cultura del conflitto, secondo cui lo scontro sarebbe l’esito inevitabile del prossimo futuro di intere comunità religiose, di culture e civiltà. Siamo uomini e donne credenti, non siamo ingenui. Il secolo che è trascorso ci ha mostrato come guerre mondiali, la Shoah, genocidi di dimensioni non immaginabili, oppressione di massa, ideologie totalitarie, hanno rubato milioni di vite umane e non hanno rinnovato il mondo come promettevano. Per questo diciamo: nessuno scontro è un destino inevitabile, nessuna guerra è mai naturale”.

Infine: “Crediamo nel dialogo, paziente, veritiero, ragionevole: dialogo per la ricerca della pace, ma anche per evitare gli abissi che dividono culture e popoli e che preparano gravi conflitti... Le religioni non giustificano mai l’odio e la violenza...
Chi semina terrore, morte, violenza, in nome di Dio, si ricordi che la pace è il nome di Dio...”

Ci sono parole migliori per fare memoria di quanto è accaduto cinque anni fa, di quanto accade ogni giorno da cinque anni?

Paolo Valente

11 settembre, cinque anni dopo
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