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Introduzione di Alpidio Balbo

Ci sono momenti nei quali la nostra vita pare acquietarsi, come l`andare di un viandante che a sera, compiuta una tappa del proprio cammino, ripensa alla via percorsa e anticipa col pensiero quella che ancora lo attende.

E' esperienza di ognuno.

Accade talvolta però che eventi più grandi di noi, più forti del nostro volere ci abbiano spinto dove mai avremmo pensato di dirigere i nostri passi. Ripensare al tempo trascorso è allora come rievocare una vicenda di cui siamo stati attori, guidati da un regista sconosciuto. E ci si chiede quale scopo ci abbia motivati, e soprattutto quale forza ci abbia sostenuti in difficoltà non cercate, quale mano sconosciuta abbia appianato ostacoli altrimenti insormontabili. Questo penso ogni volta che mi si chiede di raccontare la mia vicenda africana. Trent`anni, più di un terzo della vita media di un uomo, sono passati dal giorno in cui per la prima volta ho messo piede in un paese dell`Africa occidentale che i vecchi atlanti chiamavano "Dahomey" e quelli attuali "Benin".
Ci andai per caso, per riprendere forza e salute dopo un anno trascorso in ospedale in seguito a un terribile incidente, sospeso tra l`incubo di una invalidità permanente e la tenue speranza di un ritorno alla vita di prima.
L`albergo all`europea in cui soggiornavo mi avrebbe tenuto totalmente lontano dalla realtà del paese se prima della partenza dall`italia non mi fosse stata affidata una lettera da consegnare a una giovane suora della missione di Bohicon. Vi andai lievemente contrariato, solo per assolvere l`impegno preso; ne tornai sconvolto, legato per sempre alla sorte di quei bimbi dai grandi occhi e delle loro madri dal sorriso dolente. Mi tormentava il pensiero di una miseria sconfinata, di un mondo in cui avrei potuto placare la mia coscienza che senza tregua accostava alle immagini sconvolgenti della morte per inedia quelle della vita che a me era stata restituita per grazia. Ne parlavo a mia moglie, coinvolgendola nella mia inquetudine. Guardavo i miei due bambini e leggevo nei loro occhi la silenziosa domanda di altri occhi che mi avevano fissato con doloroso stupore.
Cominciai a chiedere medicine alle farmacie, ai medici, agli ospedali, ai privati e ripartii di lì a qualche mese con un carico di medicinali da imbarcare a roma su un aereo dell`alitalia. non avevo prenotazione, non conoscevo le tariffe del trasporto, nè le disposizioni per l`esportazione e la spedizione di medicinali. Fui preso per un esaltato o per pazzo.
Non so ancora oggi per quale misterioso impulso un dirigente dell`ufficio dell`Air France intervenne in mio aiuto e riuscì a imbarcare me e le mie casse sull`aereo diretto a Cotonou. Da allora sono successi molti altri miracoli simili a questo nell`angolo d`Italia in cui vivo e nella terra africana che è diventata la mia seconda patria. Persone sensibili e generose si sono fatte carico del dolore di fratelli sconosciuti e per mio tramite hanno donato loro una speranza di vita. Altri, che nel nome di Cristo hanno lasciato padre, madre, fratelli, hanno trasformato il loro aiuto in pane, vestiti, scuole, ospedali; sono i missionari e le suore che lavorano nel silenzio e nell`oblio di sè per una testimonianza d`amore. Le loro mani avvezze alla fatica sanno farsi lievi nel gesto della pietà. Quante ne ho viste, in tanti anni, tendersi verso creature sole, curare corpi piagati, fasciare bambini ignudi; quante, arrossate dal lavoro manuale, ho visto alzarsi nel gesto solenne della consacrazione del corpo di Cristo, o congiungersi in quello della preghiera... mani di missionari e di suore che attestano la nobiltà dell`uomo e la supremazia dello spirito sulla fragilità della carne. La loro stretta trasmette una misteriosa energia in chi la riceve, una volontà di bene, un desiderio di fare.
Così è stato per me: come se, nell`apparente bizzarria degli uomini e delle cose, l`intelligenza di cui quelle mani si erano fatte strumento animasse a un tratto anche le mie e le muovesse secondo un preciso disegno.
A tanti altri cuori giunse via via l`irresistibile richiamo: persone di buona volontà si misero al mio fianco nella città tra i monti dove vivo, e offrirono gratuitamente i loro talenti a beneficio dei fratelli: doti di ingegno, di intraprendenza, di generosità. Ciascuno donò il bene prezioso di una parte del proprio tempo. Senza di loro, senza gli amici del Gruppo missionario di Merano, l`opera intrapresa si sarebbe probabilmente arenata; ciò sarebbe avvenuto senza fallo se Carmen, la compagna fedele della mia vita, non mi avesse sostenuto nelle difficoltà di un cammino controcorrente, che mi distoglieva dalle cure di due figli ancora piccoli, dal lavoro e dal profitto privato, per spingermi verso una rischiosa avventura.
Le cause più disparate originano talvolta in qualche angolo della terra la carità: dove questa si afferma, così dai difetti come dalle qualità degli operai deriva un bene solo.
Riguardando indietro al cammino percorso in trent`anni nella terra in cui vivo e nell`altra, divenuta la patria del mio cuore, io stesso mi sorprendo e mi stupisco: vedo l`acqua che scaturisce da centinaia di pozzi, attinta dal segreto di una terra riarsa... scuole dove fanciulle attente imparano ciò che le aiuterà a vivere con maggiore dignità... ospedali dove tante vite sono strappate alle malattie che le insidiano... occhi di bimbi che sorridono perchè qualcuno, in un paese lontano, assicura loro il cibo ogni giorno.
Mi interrogo sul perchè di quanto mi è accaduto.
Forse la risposta è nella natura stessa dell`uomo che, se non è offuscata dal male, tende ad industriarsi per vie spempre nuove e ad esprimere la parte migliore di sè donandosi ai propri simili.
Accade così che il buon volere di uno si sommi al buon volere di altri, secondo il disegno sapiente di Colui che regge ogni cosa e, amando di uguale amore ogni creatura, si serve degli uni per il bene degli altri.

Alpidio Balbo

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