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Amore spassionato per l'Africa

9.12.2011 - Giorni e mesi in Italia spesso corrono troppo di fretta, pressati da un vivere frenetico all'occidentale, sfuggono veloci e lontani molti episodi, molti momenti di svago, ma certe esperienze, certi incontri rimangono ricordi freschi e vivi e mi accompagnano nel mio quotidiano.
È cosi anche per il mio viaggio africano, il mio primo viaggio nell'"Africa nera". Grazie alla generosità di Alpidio Balbo, a febbraio ho potuto accompagnare il GMM in uno dei suoi numerosissimi ritorni in Africa. Due settimane intense, tantissimi incontri e impressioni, riflessioni e confronti, un lasso di tempo decisamente breve, ma sufficiente per riconoscere nel GMM un amore spassionato, incondizionato per l’ Africa ed un operato instancabile, efficace, dai grandi risultati.
Non ricordo più il numero di ospedali, centri scolastici e di formazione professionale, dispensari medici e pozzi che abbiamo visitato in questo tour, ma ricordo molto bene il sorriso e la luce negli occhi di chi ci stava intorno.
È difficile esprimere in poche righe quello che è stato questo viaggio per me, ma se dovessi chiudere gli occhi ora e raccontarvi il mio viaggio vi racconterei di un paese grezzo, rustico, con tanta terra rossa, che a sua volta colora di rosso tutto quello che sta lungo le sue strade, sconnesse e piene di buche. Igname (una specie di rape africane), manioca, cataste di legna e carbone, benzina mal tagliata in bottiglie di vetro, distese di manghi. Il baobab, albero dal tronco rigonfio e la chioma di rami secchi e raggrinziti somiglianti a delle radici. Vecchie Peugeot 504, modello di spicco in questo Paese, arrugginite, "accartocciate", vecchie e stracariche di bagagli di ogni tipo su portapacchi piegati dal sovrapeso, con il bagagliaio semichiuso, stracolmo di sacchi di patate e un interno talmente affollato di persone che rende proprio impossibile indovinare il numero esatto di passeggeri.
Vi parlerei del gran caldo, della siccità e della mancanza di acqua che rende la vita a questa popolazione difficile giorno per giorno. Di grandi alberi, le cui corone donano ombra e sollievo agli abitanti ed agli animali dei villaggi tribali.
Vi racconterei di frotte di bambini dai denti bianchissimi e i sorrisi dolci che affollano e animano i centri di accoglienza gestiti dalle suore delle varie congregazioni cattoliche, felici con quel poco che hanno. La gioia negli occhi delle suore quando parlano di un bambino guarito, di una donna che ha partorito, di una ragazza che ha trovato lavoro.
Vi parlerei di un popolo semplice, legato alla sua terra e alle sue tradizioni e religioni, povero ma orgoglioso.
Vi descriverei le donne alte e snelle che ripercorrono in fila indiana chilometri e chilometri di strada o di pista a piedi nudi, per approvvigionarsi di un secchio di acqua, trasportato, in equilibrio sul proprio capo, con l’eleganza di una ballerina. Scene di vita e allegria attorno ad un pozzo di un villaggio sperduto nel paesaggio più secco e polveroso immaginabile.
Vi confiderei l’esperienza della nostra visita alla prigione di Parakou, luogo disumano e crudele, dentro il cui spazio di 150 mq, oltre 700 persone, frequentemente rinchiuse per reati banali, come il furto di un cellulare o di un maiale, attendono, spesso per anni, la loro sentenza.
Soprattutto, però, vi farei sentire l’eco del nome di papà Balbo che risuona calorosamente da ogni angolo e da ogni strada di questo paese. Un'eco che esprime la grande gratitudine e il riconoscimento di questo popolo ad una persona che gli ha donato 40 anni della sua vita.
Paola Marcello
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